I russi

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Nov 19, 2015 · イタリア語 · ペーパーバック (365 ページ)
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本の詳細

形式 ペーパーバック
ページ数 365
言語 イタリア語
公開されました Nov 19, 2015
出版社 Adelphi
ISBN-10 8845930416
ISBN-13 9788845930416

説明

Nel 1928 Landolfi è studente all'Università di Firenze. Dai corsi ufficiali, però, si tiene «a rispettosa distanza»: la sua unica, «beata», occupazione è parlare per notti intere di letteratura con gli amici Carlo Bo, Leone Traverso e Renato Poggioli. «Lì era la nostra università,» ricorda «a quella vera non andavamo mai». È grazie a Poggioli che scopre la letteratura russa: e in questa disciplina, che a Firenze allora nessuno professava, si laureerà nel 1932 con una tesi sull'opera di Anna Achmatova. Intanto, nel 1930, sono usciti un racconto, Maria Giuseppa, e la recensione al Re Lear delle Steppe di Turgenev: il suo doppio destino – di scrittore e di slavista – è segnato. Ma slavista è forse il termine meno adatto. Incontrando la letteratura russa, Landolfi incontra in realtà una parte di sé: e l'«uomo superfluo» – in cui confluiscono senso di estraneità, stanchezza spirituale, profondo scetticismo – diventa uno specchio nel quale non cesserà di guardarsi. Per non parlare del dualismo morale, dei fantasmi, dell'innocenza russa, di Gogol' e Dostoevskij, che entrano stabilmente fra gli agenti attivi della sua immaginazione, per poi rifluire nella narrativa. Non meraviglia allora che in Russia Landolfi non sia mai andato: quel paese era per lui, e sarebbe rimasto, un'immagine, la matrice di una letteratura consegnata a un «eterno romanticismo», nonché di scrittori irriducibili agli schemi, capaci di ricreare da capo il proprio mondo. Né meraviglia che il prestigio di russista gli sia apparso da ultimo una persecuzione: proprio come le traduzioni, lavori venali che, diceva, «sempre più mi allontanano dal mio proprio lavoro». Resta il fatto che, al di là delle scintillanti e magistrali versioni che sino al 1967 Landolfi ha continuato a produrre, i suoi scritti sulla letteratura russa rivelano una capacità di intuirla che non ha molti uguali nel nostro Novecento: e che ci lascia ammirati.
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