Il genio freddo, schivo, di Seurat ha dato l’impressione che egli fosse un calcolatore provocante e silenzioso. Da esso non traspaiono né “humour” né passione. A partire dalla Baignade (1884), l’artista presenta regolarmente a un pubblico disorientato i quadri più studiati che esistano. Nulla, nell’aspetto stesso di quelle opere, nelle tonalità di volta in volta aspre e dolci, nella distribuzione dei tocchi di colore, sembra conforme, non solo alle consuetudini tradizionali, ma a quelle semplicemente normali della pittura. Si direbbe che Seurat si sforzi di estendere meccanicamente a tutta la tela alcuni particolari accidentali della fattura, che si ritrovano, per esempio, in Rubens, in Watteau, in Delacroix; ma come si può basare l’intiera composizione su tali accordi ricondotti appena a uno stretto gioco dei complementari? La grande rivendicazione della pittura moderna è la libertà d’invenzione e di esecuzione: qui, invece, ci troviamo di fronte a un pittore che sembra rinunciare d’un sol tratto a ogni sua opportunità, compiacendosi d’incatenare la spontaneità fin nei minimi movimenti. E, secondo una formula che mai ha avuto senso maggiore, questa strana operazione è condotta “di deliberato proposito”. Lo afferma lo stesso Seurat a Charles Angrand: “La gente trova una poesia in ciò che faccio. No; applico semplicemente il mio metodo, nient’altro”. Eccentricità o superiore scienza? La conclusione, in fondo, non è mai stata nettamente tirata.
(Dalla Presentazione di André Chastel)